Timorasso, il bianco che il Piemonte aveva dimenticato di avere
Dal mezzo ettaro degli anni '80 al nome Derthona: come il Timorasso dei Colli Tortonesi è tornato dall'estinzione e perché oggi fa discutere.

Alla fine degli anni Ottanta il Timorasso occupava meno di un ettaro di vigna. Non meno di un ettaro in una denominazione: meno di un ettaro nel mondo, sparso in qualche filare misto sulle colline dietro Tortona, tenuto in vita più per abitudine che per convinzione. Oggi supera i cinquecento ettari, conta oltre cento aziende associate al consorzio, e il consorzio stesso ha deciso di fermare le nuove autorizzazioni all’impianto perché la corsa stava diventando troppo veloce. In meno di quarant’anni un vitigno è passato dal reparto rianimazione alla lista d’attesa. Vale la pena capire come.
Un vitigno nobile che nessuno voleva più
Il Timorasso non è un’invenzione recente rivenduta come antica. Sulle colline tortonesi, nell’angolo sud-orientale del Piemonte dove la provincia di Alessandria guarda già verso la Lombardia e la Liguria, è documentato da secoli, e fino all’Ottocento era considerato un’uva di pregio, diffusa ben oltre i Colli Tortonesi.
Poi arrivò la fillossera, e con la ricostruzione dei vigneti arrivò anche il buon senso contadino del Novecento. Il Timorasso è un vitigno scomodo: matura tardi, produce poco, ha grappoli compatti che temono l’umidità e un’uva che, se trattata con poca cura, ossida facilmente. Chi ripiantava dopo la catastrofe cercava altro. Nei Colli Tortonesi la scelta cadde sui rossi, Barbera e Croatina, e per il bianco sul Cortese, più generoso e più facile da vendere. Il Timorasso restò nei vigneti misti, a fare da comprimario, poi nemmeno quello. Il disciplinare stesso oggi gli concede rese massime ben inferiori a quelle del Cortese: un dettaglio tecnico che racconta, in cifre, perché i nonni lo avevano abbandonato.
Walter Massa e le cinquecento bottiglie
La storia del recupero ha un nome e un cognome, ed è uno di quei rari casi in cui la narrazione eroica regge anche alla verifica. Walter Massa, viticoltore di Monleale, prese in mano l’azienda di famiglia alla fine degli anni Settanta. Le fonti concordano sul fatto che verso la metà degli anni Ottanta cominciò a lavorare sul Timorasso; la data che ricorre più spesso per la prima vinificazione in purezza è il 1987, con poco più di cinquecento bottiglie (alcune fonti anticipano l’inizio dei lavori al 1986). Nel 1990 piantò il primo vigneto interamente dedicato.
Massa non aveva un modello da imitare, e forse è stato questo il suo vantaggio. Invece di trattare il Timorasso come un bianco da bere giovane, lo ha lasciato maturare: macerazioni sulle bucce, tempi lunghi prima dell’uscita in commercio, un’idea di bianco piemontese costruito per durare come un rosso. Ha anche fatto quello che in Piemonte si fa di solito con il Nebbiolo, cioè separare le vigne e imbottigliarle singolarmente, come cru.
Non è stato un percorso solitario a lungo. A cavallo degli anni Novanta altri produttori della zona, tra cui Andrea Mutti e Paolo Poggio, iniziarono a seguirlo, e verso la fine del decennio le aziende che vinificavano Timorasso erano già una ventina. Gli ettari, intanto, risalivano: qualche unità all’inizio dei Novanta, una trentina intorno al 2010, poi l’accelerazione.
Derthona, ovvero come si chiama un vino
La parte più interessante della storia recente non riguarda la vigna ma il nome. Derthona era il nome romano di Tortona, e Massa lo usava già da tempo per il suo Timorasso d’assemblaggio. Negli ultimi anni il consorzio dei Colli Tortonesi lo ha adottato per tutta la denominazione: la menzione è stata presentata ufficialmente nel gennaio 2020, e oggi sulle etichette si legge Derthona accanto, o al posto, del nome del vitigno.
La ragione è semplice e piuttosto lungimirante. Un nome d’uva non si protegge: il Timorasso può piantarlo chiunque, ovunque, e il successo invita sempre all’emulazione. Un nome di luogo invece lega il vino alle sue colline, come Barolo lega il Nebbiolo a un paio di valli. È lo stesso ragionamento che ha fatto la fortuna delle grandi denominazioni europee, applicato con decenni di anticipo rispetto al momento in cui sarebbe diventato urgente. Nel frattempo è allo studio una revisione del disciplinare per rendere Derthona Timorasso la dicitura principale, e non è esclusa in futuro una richiesta di DOCG.
Il disciplinare attuale già disegna una piccola gerarchia: una versione più giovane, detta Piccolo Derthona, il Derthona vero e proprio con un affinamento minimo di una decina di mesi, e una Riserva che ne richiede più del doppio. E ci sono sottozone come Monleale e Terre di Libarna, aggiunte nel 2011. Sul piano della forma, insomma, il Timorasso si sta vestendo da grande vino.
Perché tutti ne parlano
Il Timorasso fa discutere per almeno tre ragioni, e non tutte sono complimenti.
La prima è stilistica. Tra i bianchi italiani pochi hanno questa combinazione di struttura, acidità e capacità di invecchiare. Con gli anni sviluppa spesso note che ricordano gli idrocarburi, e il paragone con il Riesling, abusato com’è, in questo caso non è del tutto pigro. In una regione che il mondo conosce per i rossi, un bianco che chiede tempo in bottiglia è quasi una provocazione.
La seconda è economica. Il successo ha attirato capitali: diverse cantine importanti delle Langhe hanno comprato vigne o uve nei Colli Tortonesi, e i grandi nomi del Barolo hanno ora un Derthona in catalogo. È una buona notizia per i prezzi delle uve e per la visibilità della zona; è un rischio per l’identità di un territorio che fino a ieri era fatto di piccole aziende familiari. Il consorzio stima che il Timorasso valga ormai circa il sessanta per cento dei volumi della denominazione, e le bottiglie dichiarate per l’ultima annata sono nell’ordine di oltre un milione, anche se le cifre circolate negli ultimi due anni variano parecchio a seconda della fonte e vanno prese con cautela.
La terza è la domanda che ogni vitigno di moda prima o poi si sente rivolgere: crescere così in fretta fa bene alla qualità? Le vigne giovani non danno i vini delle vigne vecchie, e molti dei nuovi impianti non hanno ancora l’età per dimostrare qualcosa. Lo stop alle nuove autorizzazioni è la risposta del consorzio, ed è un segnale raro: una denominazione che decide di frenare quando il mercato chiede di accelerare.
Il valore di un ostinato
Le storie di vitigni salvati tendono a diventare favole, e le favole hanno bisogno di un eroe. Nel caso del Timorasso l’eroe esiste davvero, ma il merito più grande di Walter Massa non è stato riportare in vita un’uva: è stato immaginare che quell’uva potesse diventare un grande vino, e poi aspettare abbastanza da dimostrarlo. Il nome Derthona è la naturale conseguenza di quell’idea, perché un vino che pretende di invecchiare deve poter dire da dove viene.
Il rischio, adesso, è il contrario dell’estinzione: la moda. Se il Timorasso resterà il bianco più interessante del Piemonte dipenderà meno da quanti ettari si pianteranno e più da quanti produttori avranno la pazienza, un po’ ostinata, di chi lo ha riportato qui. Chi scommette sulla velocità dovrebbe ricordare che questo vitigno è quasi sparito proprio perché nessuno aveva voglia di aspettarlo.
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