Chianti e Chianti Classico, due vini che si toccano senza somigliarsi
Due DOCG distinte, un gallo nero e un bando del 1716. Guida chiara alla differenza tra Chianti e Chianti Classico, dalle sottozone alle UGA.

Al ristorante succede di continuo: qualcuno ordina “un Chianti” convinto di aver chiesto la versione semplice di un Chianti Classico, come se tra i due ci fosse la stessa distanza che separa un caffè da un caffè lungo. Non è così. Sono due denominazioni diverse, con regole diverse, consorzi diversi e territori che si toccano senza sovrapporsi. Il Chianti Classico non è un Chianti più buono: è un altro vino, che per una lunga serie di accidenti storici condivide il nome con il vicino.
Tutto comincia con un bando
Il 24 settembre 1716 il granduca di Toscana Cosimo III de’ Medici firmò un bando che fissava i confini di quattro zone vinicole: Chianti, Pomino, Carmignano e Valdarno di Sopra. È spesso citato come uno dei primi esempi documentati di delimitazione legale di un territorio del vino, con un secolo e mezzo d’anticipo sulle classificazioni francesi più famose. Il Chianti di Cosimo III era un’area precisa tra Firenze e Siena, quella di Greve, Castellina, Radda e Gaiole: grosso modo, il cuore dell’odierno Chianti Classico.
Il problema arrivò dopo. Tra Ottocento e Novecento il nome Chianti divenne un marchio di successo, e il successo attira imitatori. Si cominciò a chiamare Chianti il vino prodotto in mezza Toscana, sulle colline di Arezzo, Pisa, Pistoia, Siena e Firenze. Quando nel 1932 un decreto ministeriale mise ordine, lo fece allargando: il Chianti ufficiale includeva ormai un territorio vastissimo, e alla zona storica toccò l’aggettivo “classico”, cioè quella originale. Una soluzione all’italiana: invece di scegliere, si aggiunge una parola.
Due DOCG, un divorzio consensuale
Per decenni le due anime hanno convissuto sotto lo stesso tetto. La DOC arrivò nel 1967, la DOCG nel 1984, e il Classico restava formalmente una sottozona del Chianti. Il divorzio è del 1996, quando il Chianti Classico ottenne un disciplinare autonomo e divenne una DOCG a sé stante. Da allora sono due vini diversi anche per la legge, non solo per chi li beve.
Le differenze sono concrete. Il Chianti Classico si produce in otto comuni tra Firenze e Siena: Greve, Castellina, Radda e Gaiole interamente, San Casciano, Barberino Tavarnelle, Poggibonsi e Castelnuovo Berardenga solo in parte. Richiede almeno l’80% di Sangiovese, il resto può venire solo da uve rosse, e le uve bianche sono escluse. C’è un dettaglio ironico: la “formula” attribuita al barone Bettino Ricasoli nell’Ottocento prevedeva un po’ di Malvasia, e per buona parte del Novecento le uve bianche nel Chianti sono state la norma. Il Classico ha finito per essere più severo del suo presunto inventore.
Il Chianti DOCG copre invece un territorio molto più esteso, distribuito su diverse province toscane, con regole più larghe. Il minimo storico di Sangiovese era il 70%, e il consorzio ha avviato una riforma che lo porta al 60%, con l’introduzione di una tipologia rosata. Alcune fonti la danno già in vigore, altre ancora in fase di approvazione formale: su questo punto conviene tenere un margine di prudenza.
Il gallo e il collarino
Il modo più rapido per distinguerli resta guardare la bottiglia. Il Chianti Classico porta il Gallo Nero, simbolo che risale alla Lega del Chianti, l’alleanza militare medievale dei castelli della zona. Vasari lo dipinse nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, nell’allegoria del Chianti. Quando nel 1924 trentatré produttori fondarono a Radda il consorzio per difendere il “vero” Chianti, scelsero quel gallo come emblema. Oggi compare su ogni bottiglia della denominazione.
Il Chianti DOCG non ha il gallo, e spesso porta in etichetta il nome di una sottozona. Sono otto: Colli Aretini, Colli Fiorentini, Colli Senesi, Colline Pisane, Montalbano, Montespertoli, Rufina e la più recente Terre di Vinci, che riunisce i comuni di Vinci, Cerreto Guidi, Fucecchio e Capraia e Limite. Non sono una formalità. Rufina, a est di Firenze, dà vini tesi, più freschi, spesso longevi, che non hanno niente da invidiare a molti Classico. Colli Senesi, ai margini di Montalcino e Montepulciano, ha un’altra densità. Chi liquida il Chianti come il vino del fiasco da trattoria sta giudicando un territorio grande quanto una piccola regione a partire dalle sue bottiglie peggiori.
Gran Selezione e UGA: la piramide si allunga
Negli ultimi dieci anni il Chianti Classico ha lavorato sul vertice. Nel 2013 il consorzio ha approvato la Gran Selezione, arrivata sul mercato l’anno successivo: un gradino sopra la Riserva, con uve esclusivamente di proprietà dell’azienda e almeno trenta mesi di affinamento. All’inizio fu accolta con un certo scetticismo, perché le regole sul blend permettevano ancora Merlot e Cabernet: un vertice che in teoria doveva parlare di territorio e in pratica poteva somigliare a un supertuscan.
La correzione è arrivata con le UGA, le Unità Geografiche Aggiuntive. Nel giugno 2021 l’assemblea del consorzio ha approvato a larghissima maggioranza la suddivisione della zona in undici aree: San Casciano, Greve, Montefioralle, Lamole, Panzano, Radda, Gaiole, Castelnuovo Berardenga, Vagliagli, Castellina e San Donato in Poggio. Il via libera definitivo del Ministero è arrivato nel 2023. Per ora il nome dell’UGA può comparire in etichetta solo sulla Gran Selezione, e insieme alle UGA è passata la regola più significativa: Sangiovese almeno al 90% e il resto solo da vitigni autoctoni, niente internazionali. Sulla data esatta in cui questa stretta diventa obbligatoria per tutti conviene restare cauti: alcune fonti parlano della vendemmia 2027, a conclusione di un periodo transitorio.
È un passo verso un modello in cui contano i villaggi, come in Borgogna o nelle Langhe. Chi conosce la zona sapeva già che Lamole, alta e sabbiosa, non dà il vino di Castelnuovo Berardenga, più caldo e a sud. Adesso, almeno al vertice, lo dice anche l’etichetta.
Perché la confusione conviene a qualcuno
Viene da chiedersi perché, in tre secoli, nessuno abbia sciolto l’equivoco cambiando un nome. La risposta è che a nessuno conviene davvero. Il Chianti DOCG beneficia del prestigio della parola che condivide con il vicino; il Classico gode del ruolo di originale, che è sempre una buona posizione commerciale. La confusione è scomoda per chi beve, non per chi vende.
La nostra opinione è che il Chianti Classico abbia fatto con le UGA la cosa giusta, anche se tardi, e che il prossimo passo debba essere estenderle all’annata e alla Riserva: è lì che si beve davvero il territorio, non solo nelle bottiglie da collezione. Quanto al Chianti DOCG, la sua forza sono le sottozone, e il suo rischio è la scorciatoia: abbassare il Sangiovese al 60% semplifica la vita in cantina, ma allontana proprio quell’identità che Rufina e i Colli Senesi stanno costruendo da anni. Due vini, due strade. Basterebbe che chi li ordina sapesse quale sta scegliendo.
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