Sardegna, l'isola che beve a modo suo: Cannonau, Vermentino, Carignano
Cannonau e il dibattito sulle origini, Vermentino di Gallura DOCG, Carignano del Sulcis: guida al vino sardo tra alberello, maestrale e mare.

La Sardegna non ha mai avuto molta voglia di farsi spiegare dal continente. Ha una lingua sua, una preistoria fatta di torri di pietra che non somigliano a nient’altro nel Mediterraneo, e un vino che per decenni è stato raccontato come una variante provinciale di qualcosa nato altrove. Il che, a guardarlo da vicino, è una semplificazione che ai sardi non è mai andata giù. E non del tutto a torto.
Il paesaggio aiuta a capire. Vigne basse, potate ad alberello, che sembrano cespugli testardi più che filari ordinati. Un vento, il maestrale, che arriva da nord-ovest e spazza tutto: umidità, malattie, a volte anche la pazienza. E il mare, mai lontano, che entra nei suoli, nell’aria e, dicono in molti, nel bicchiere. Su questo sfondo si muovono tre protagonisti: un rosso con una carta d’identità contesa, un bianco che ha conquistato l’unica DOCG dell’isola, e un rosso del sud-ovest che cresce letteralmente nella sabbia.
Cannonau, una questione di passaporto
Il Cannonau è geneticamente la stessa varietà che in Spagna si chiama Garnacha e in Francia Grenache. Su questo gli studi del DNA concordano. Il problema è la direzione del viaggio, e qui la faccenda diventa interessante.
La versione classica, quella che si trova in quasi tutti i manuali, vuole il vitigno nato in Aragona e arrivato in Sardegna durante la lunga dominazione iberica dell’isola, cominciata nel Trecento. Una storia lineare, plausibile, comoda.
Poi ci sono gli argomenti di chi la pensa al contrario. Il nome “canonau” compare in un atto notarile sardo del 1549, mentre il termine “garnacha”, secondo quanto riportato da chi sostiene la tesi sarda, entra nei dizionari spagnoli solo agli inizi del Settecento, e per giunta riferito a un vino bianco. E c’è l’archeologia: nel sito nuragico di Duos Nuraghes, a Borore, sono stati trovati vinaccioli carbonizzati datati intorno al 1200 avanti Cristo. Alcuni studiosi li hanno collegati a un antenato del Cannonau; altri invitano alla prudenza, perché un seme bruciato di tremila anni fa dice molto sulla presenza della vite domestica e molto meno sull’identità precisa di una varietà moderna.
La verità, onestamente, è che il dibattito è aperto. Il DNA conferma la parentela ma non indica chi sia partito e chi sia arrivato, e le prove documentali da entrambe le parti hanno buchi. Quello che si può dire senza forzature è che il Cannonau ha avuto secoli per diventare sardo, qualunque fosse il suo porto d’imbarco. La DOC Cannonau di Sardegna nasce nel 1972 e comprende sottozone come Oliena (detta anche Nepente di Oliena, nome che si deve a una celebre definizione di Gabriele D’Annunzio), Jerzu e Capo Ferrato, oltre a una tipologia Classico riservata alle province di Nuoro e dell’Ogliastra. Dentro quella denominazione c’è di tutto: rossi caldi e sanguigni dalle montagne della Barbagia, versioni più snelle e luminose, rosati, persino passiti e liquorosi.
Vermentino di Gallura, il granito che diventa sale
Se il Cannonau è la questione identitaria, il Vermentino di Gallura è la questione di prestigio. È l’unica DOCG della Sardegna: DOC dal 1975, promossa alla fascia più alta nel 1996. Il disciplinare chiede almeno il 95% di Vermentino e prevede anche una versione Superiore, con un grado alcolico minimo più alto.
La Gallura, nel nord-est dell’isola, è terra di granito. I suoli sono sabbie grossolane nate dal disfacimento di quella roccia, povere, drenanti, poco generose. Le vigne non possono superare i 500 metri di quota secondo le regole della denominazione, e il vento le tiene asciutte e sane. Il risultato, nei casi migliori, è un bianco che tiene insieme struttura e tensione, con quella nota salina e amarognola sul finale che i sardi difendono come un tratto di carattere e non un difetto da limare.
Vale la pena ricordare che il Vermentino non è un’esclusiva gallurese: esiste anche la DOC Vermentino di Sardegna, che copre l’intera isola, e il vitigno si coltiva con successo in Liguria, in Toscana e in Corsica, dove si chiama Rolle. Ma è in Gallura che ha trovato la sua forma più riconoscibile, e la DOCG ne è la certificazione burocratica.
Carignano del Sulcis, viti che non hanno mai incontrato la fillossera
Scendendo nell’angolo sud-occidentale, il Sulcis e le isole di Sant’Antioco e San Pietro raccontano un’altra storia ancora. Qui il protagonista è il Carignano, vitigno anch’esso con radici iberiche, che in questi suoli sabbiosi ha trovato un rifugio speciale. La sabbia, infatti, è ostile alla fillossera, l’insetto che tra Ottocento e Novecento ha devastato i vigneti europei costringendo quasi ovunque a innestare le viti su piede americano. Nel Sulcis una parte delle vigne è rimasta a piede franco, cioè sulle proprie radici, e non mancano piante di molti decenni di età.
Allevate ad alberello, battute dal maestrale e dalla salsedine, queste viti producono pochissimo per ceppo. La DOC Carignano del Sulcis esiste dal 1977 e chiede almeno l’85% di Carignano; prevede rosso, rosato, Superiore, Riserva e un passito. Per molto tempo l’uva del Sulcis è finita in vini da quantità; il cambio di passo verso la qualità, secondo le ricostruzioni più diffuse, comincia negli anni Ottanta. Oggi è uno dei rossi più interessanti dell’isola: frutto scuro, macchia mediterranea, una vena sapida che non si dimentica.
Le zone blu e altri racconti da maneggiare con cura
È impossibile parlare di Cannonau senza imbattersi in un certo tipo di articolo: l’Ogliastra e la Barbagia come “zona blu”, terre con una quota insolita di centenari, e il rosso locale indicato come uno dei segreti di quella longevità. È una narrazione che ha avuto enorme fortuna sui media e nel marketing, ma che non è dimostrata: la longevità di una popolazione dipende da un intreccio di fattori, e nessuno studio ha stabilito che il vino ne sia una causa. Anche il concetto stesso di “zona blu” è stato oggetto di discussioni tra demografi. Meglio lasciare al Cannonau il merito che gli spetta, che è quello di essere un grande vino, e non caricarlo di promesse che non gli competono.
Perché la Sardegna fa storia a sé
Mettiamola così: la Sardegna non è la Toscana in versione insulare, e non è nemmeno una succursale della Spagna. È un luogo dove varietà diffuse in tutto il Mediterraneo sono state rimodellate da isolamento, vento, granito e sabbia fino a diventare qualcos’altro. Che il Cannonau sia nato a Borore o a Saragozza conta meno di quanto si pensi; conta che oggi un Cannonau di montagna non somigli a una Garnacha della Rioja né a un Grenache di Châteauneuf, e che un Carignano del Sulcis non abbia molto da spartire con i Carignan industriali del Midi di una volta.
La nostra opinione è che il vino sardo abbia ancora un margine enorme, e che il suo limite principale sia stato a lungo raccontarsi con le parole degli altri. Le vigne vecchie ad alberello, i piedi franchi nella sabbia, il maestrale che fa da fitofarmaco naturale: sono patrimoni che molte regioni più celebrate non hanno più. Il giorno in cui la Sardegna smetterà di chiedersi da dove viene il suo vino e comincerà a pretendere che sia il resto del mondo a chiederselo, avrà vinto la discussione.
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