Collio, dove il bianco italiano ha imparato a fare sul serio
Ponca, Friulano ex Tocai, Ribolla Gialla, Malvasia e un confine tra le vigne: perché il Collio è la patria dei grandi bianchi italiani.

Per buona parte del Novecento, in Italia, il vino bianco serio era quasi una contraddizione. Si beveva giovane, freddo, possibilmente senza pensarci. Poi c’è una striscia di colline tra Gorizia e il confine sloveno che ha passato decenni a dimostrare il contrario, e lo ha fatto con una pervicacia tutta di frontiera. Il Collio è piccolo, ventoso, scomodo da lavorare, diviso a metà da una linea tracciata sulle carte dei diplomatici. Ed è qui che il bianco italiano ha smesso di chiedere scusa.
Una pietra che si sfoglia
Tutto comincia sotto i piedi. I friulani la chiamano ponca, gli sloveni opoka: è un’alternanza di strati di marna e arenaria di origine marina, risalenti all’Eocene, quando quest’area era il fondo di un mare poco profondo. Il sollevamento tettonico ha portato quei sedimenti in superficie, e oggi li si vede affiorare nei tagli delle strade come un mille foglie grigio-azzurro.
La ponca ha un carattere curioso: è dura quando è compatta, ma all’aria e alla pioggia si sbriciola in scaglie. L’arenaria drena, la marna trattiene un po’ d’acqua; la vite è costretta a scendere in profondità per trovare quello che le serve. Da questa combinazione nasce quella che i degustatori chiamano, con una parola ormai abusata ma qui difficile da evitare, sapidità. Meglio dire tensione: i bianchi del Collio tendono ad avere una spina dorsale, una parte salina e quasi tattile che li tiene in piedi anche quando la frutta è matura.
Aggiungiamo il microclima: le Alpi Giulie alle spalle fanno da schermo alle correnti fredde del nord, l’Adriatico a pochi chilometri porta aria mite, e le escursioni termiche tra giorno e notte conservano i profumi. Non è un caso che la DOC Collio sia tra le più antiche d’Italia: il riconoscimento arriva nel 1968, quando molte zone oggi blasonate non sapevano ancora di esserlo.
Il vitigno che ha perso il nome
Se c’è un’uva che racconta il Collio, è quella che per secoli si è chiamata Tocai. E che dal 2007 non può più farlo.
La storia, in breve. Nel 1993 la Comunità europea firma con l’Ungheria un accordo sulla tutela delle denominazioni dei vini: il nome Tokaji, legato alla celebre regione dei vini dolci ungheresi, va protetto, e le omonimie altrui devono sparire dopo un periodo di transizione che scade nel 2007. La Regione Friuli Venezia Giulia porta la questione davanti alla Corte di giustizia europea, sostenendo che il Tocai friulano non ha nulla a che fare con il Tokaji, né come uva né come vino. Nel 2005 la Corte dà torto ai friulani. Seguono tentativi di resistenza locale, compresa una legge regionale che la Corte costituzionale italiana dichiara illegittima nel 2008. La stessa sorte, per inciso, tocca agli alsaziani, che devono rinunciare al loro “Tokay Pinot Gris”.
Il vitigno diventa così Friulano. Sul piano ampelografico, peraltro, l’uva coincide con il Sauvignonasse (o Sauvignon vert) presente in Francia e in Cile, il che rende ancora più paradossale la battaglia per un nome che con l’Ungheria non aveva alcun legame botanico. Eppure in Friuli il Tocai era un’abitudine sociale prima che un’etichetta: il “taj”, il bicchiere di mezza mattina all’osteria. Cambiare nome a quel bicchiere è stato vissuto come uno sfratto.
Il paradosso è che la sconfitta ha giovato. Friulano è un nome che dice da dove viene, e il vino ha avuto modo di presentarsi per quello che è: un bianco dal profilo morbido, con una nota di mandorla amara nel finale che è quasi la sua firma, capace di invecchiare meglio di quanto la sua fama da osteria lasciasse supporre.
Ribolla e Malvasia, le due anime antiche
La Ribolla Gialla è l’uva più antica della zona, o almeno la più documentata. Riferimenti credibili compaiono già nel Duecento nei registri ecclesiastici, e sul versante sloveno, dove si chiama Rebula, un atto del 1336 menziona la vendita di una vigna. È un vitigno di poca aromaticità, acidità alta e grado moderato, che matura tardi e dà il meglio sui pendii ripidi e poveri. In altre parole: un’uva che premia chi ha pazienza e terreni difficili.
Negli ultimi anni la Ribolla ha conosciuto anche una seconda vita, più commerciale, come base per spumanti facili. Niente di male, ma è un’altra storia rispetto alla Ribolla ferma di collina, che è secca, tesa, quasi austera. Sul lato sloveno è rimasta per decenni la varietà di riferimento; in Friuli, a metà Novecento, aveva perso terreno a favore dei vitigni internazionali, prima di essere riscoperta. (C’è anche la Ribolla macerata sulle bucce, resa celebre da alcuni produttori della zona, ma è un capitolo che merita spazio a parte.)
La Malvasia del Collio è la Malvasia Istriana, da non confondere con le molte altre Malvasie d’Italia, che sono famiglie diverse sotto un nome comune. È l’uva dell’Adriatico orientale, diffusa dall’Istria fino al Carso: profumata ma non stucchevole, con note floreali e un’ossatura che la porta lontano dal vino da aperitivo. Accanto a queste tre, il Collio coltiva da tempo anche varietà internazionali, Pinot Grigio, Sauvignon, Chardonnay, Pinot Bianco, che qui hanno dato risultati notevoli e che fanno parte a pieno titolo della storia recente della zona.
Una vigna, due paesi
Nel 1947, con il trattato di pace, il confine tra Italia e Jugoslavia viene ridisegnato e passa nel mezzo delle colline. Da una parte resta il Collio, dall’altra nasce, per i libri di geografia, la Goriška Brda. Stesse rocce, stesso clima, stesse uve, spesso le stesse famiglie: ci sono produttori che per decenni hanno avuto vigne su entrambi i lati, con tutto quello che significava attraversare un confine per andare a potare.
Oggi la frontiera è poco più di un cartello, e questo ha reso evidente quello che la politica aveva oscurato: Collio e Brda sono un unico territorio viticolo con due amministrazioni. La Rebula slovena e la Ribolla friulana sono la stessa uva; la ponca e l’opoka sono la stessa pietra. Le differenze sono soprattutto di stile e di scelte produttive, non di natura. Chi assaggia i vini delle due sponde senza guardare le etichette fa spesso fatica a capire da che parte del confine si trovi.
L’uvaggio, ovvero l’arte di non scegliere
Il vero contributo del Collio al vino italiano, forse, non è un vitigno ma un’idea: il bianco d’assemblaggio come vino di vertice. Per anni, mentre altrove si puntava sul monovarietale, qui alcuni produttori hanno messo insieme Friulano, Ribolla, Malvasia e varietà internazionali per costruire vini più completi della somma delle parti. Il Collio Bianco è la tipologia che ne raccoglie l’eredità.
È anche, oggi, un terreno di discussione. A dicembre 2024 l’assemblea del Consorzio ha approvato con un’ampia maggioranza l’avvio di un percorso per definire un Collio Bianco basato sulle sole uve autoctone, Friulano, Ribolla Gialla e Malvasia, dopo che un gruppo di produttori aveva già iniziato a farlo per conto proprio. Al momento della stesura di questo articolo non risultano verificabili le percentuali o il nome definitivi della nuova tipologia: è un lavoro in corso, e come tutti i lavori in corso del vino italiano potrebbe richiedere tempo.
La nostra opinione è semplice. Il Collio ha già vinto la battaglia del rispetto: nessuno dubita più che qui si facciano bianchi capaci di invecchiare e di raccontare un luogo. La sfida adesso è farsi capire. Un bianco d’assemblaggio di sole uve locali, con un nome chiaro e regole leggibili, sarebbe il modo più onesto per dire al mondo cosa sa fare questa collina. Dopo aver perso il Tocai per una questione di nomi, sarebbe una bella rivincita vincere grazie a uno.
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