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VINOFILO

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Il rosato non è un rosso annacquato: come nasce davvero il colore

Macerazione breve, salasso, pressatura diretta e il divieto UE di miscelare bianco e rosso: come si fa un rosato, dal Chiaretto all'Etna.

Il rosato non è un rosso annacquato: come nasce davvero il colore

C’è ancora chi ordina un rosato con l’aria di chi chiede scusa. Come se fosse un compromesso, un bianco che non ce l’ha fatta o un rosso a cui hanno aggiunto acqua per renderlo estivo. È un pregiudizio duro a morire, e ha una sua logica apparente: il colore sta a metà strada, quindi anche il vino starà a metà strada. Peccato che la cantina funzioni in tutt’altro modo. Un rosato serio non nasce da una mescolanza ma da una scelta precisa, presa in poche ore, su quanto lasciare che le bucce parlino.

Il colore sta nella buccia

Il punto di partenza è banale ma spesso dimenticato: la polpa di quasi tutte le uve a bacca rossa è chiara, e il succo che ne esce è quasi incolore. Il colore, insieme a buona parte dei tannini, sta nella buccia. Un vino rosso è rosso perché il mosto resta a contatto con le bucce per giorni o settimane, durante la fermentazione. Un rosato è rosato perché quel contatto viene interrotto molto prima.

Da qui le tre strade principali.

La macerazione breve è la più intuitiva. Le uve rosse vengono pigiate e il mosto resta con le bucce per un tempo corto, da poche ore a circa un giorno a seconda della varietà e del risultato cercato. Poi si separa il liquido e lo si fa fermentare come un bianco. È qui che si decide quasi tutto: qualche ora in più e il vino guadagna colore, struttura, un filo di tannino; qualche ora in meno e resta più esile e luminoso.

La pressatura diretta porta il ragionamento all’estremo. Le uve, spesso intere, vanno direttamente in pressa e il colore che finisce nel mosto è solo quello che le bucce cedono durante la spremitura. Ne escono i rosati più pallidi, quelli color buccia di cipolla o petalo, che negli ultimi quindici anni hanno conquistato i mercati sull’onda della Provenza.

Il salasso, o saignée per chi ama il francese, è la tecnica più ambigua e per questo la più interessante. Si parte da una vasca destinata a diventare rosso e, dopo poche ore di contatto con le bucce, se ne spilla una parte del mosto. Quel succo diventa rosato; il resto della vasca, con più bucce in proporzione al liquido, darà un rosso più concentrato. Due vini da un solo gesto. Il sospetto, che i produttori più attenti respingono con qualche ragione, è che in questi casi il rosato sia il sottoprodotto di un rosso ambizioso, non un vino pensato per sé.

La regola europea: niente bianco più rosso

E la scorciatoia? Mescolare un vino bianco e un vino rosso finiti per ottenere un rosato è, in Europa, una pratica vietata nella sua forma più semplice. Il regolamento delegato (UE) 2019/934, che disciplina le pratiche enologiche, stabilisce che il taglio di un vino bianco e di un vino rosso, entrambi senza denominazione d’origine né indicazione geografica, non può dare un rosato. Il divieto non è nuovo: nel 2009 la Commissione aveva proposto di liberalizzare la miscela, ma il progetto fu ritirato a giugno di quell’anno dopo una protesta compatta dei produttori, francesi e italiani in testa.

Due precisazioni evitano di semplificare troppo. La prima: la norma europea riguarda esplicitamente i vini senza DOP o IGP. Per le denominazioni sono i disciplinari a fissare cosa si può fare, e quelli dei grandi rosati italiani ruotano attorno a uve a bacca rossa. La seconda: il divieto non si applica ai vini destinati a diventare spumanti o frizzanti. È per questo che lo Champagne rosé può essere fatto, come accade spesso, aggiungendo una piccola quota di vino rosso a una base bianca, il cosiddetto rosé d’assemblage. Per i rosati fermi, dunque, il messaggio è chiaro: il colore deve venire dalla buccia, non dalla bottiglia accanto.

Il lago: Chiaretto e Valtènesi

L’Italia ha una storia di rosati più lunga e più varia di quanto il pregiudizio lasci immaginare, e il Garda ne è uno dei centri. Sulla sponda bresciana, a Moniga, la tradizione locale lega la nascita del Chiaretto moderno a Pompeo Molmenti, che verso la fine dell’Ottocento si dedicò alla vite nella sua tenuta e mise a punto un metodo di vinificazione con contatto breve tra mosto e bucce. Il nome dice tutto: un vino chiaro fatto da uve rosse. Oggi su quella riva c’è la denominazione Valtènesi, nata nel 2011, in cui il vitigno guida è il Groppello.

Sulla sponda veronese il protagonista è la Corvina, e la denominazione dal 2021 si chiama Chiaretto di Bardolino, con la parola Chiaretto messa davanti, segno di un’identità ormai autonoma. La svolta stilistica è più vecchia: nel 2014 il Consorzio lanciò quella che chiamò Rosé Revolution, una scelta collettiva verso colori più tenui, pressature delicate e profili agrumati. Una scommessa sulla leggerezza che le vendite, soprattutto all’estero, hanno premiato.

Il Sud: Cerasuolo, Salento, Etna

Scendendo verso l’Adriatico il rosato cambia carattere. Il Cerasuolo d’Abruzzo prende il nome dalla ciliegia, la cerasa, e il colore lo dichiara: un rosa intenso che a volte sfiora il rosso chiaro. Per decenni è stato prodotto sotto la denominazione Montepulciano d’Abruzzo; dal 2010 è una DOC a sé, con almeno l’85% di Montepulciano. È un vitigno ricco di antociani, che colora il mosto in fretta: anche con macerazioni brevi ne esce un rosato di corpo, che si comporta a tavola quasi come un rosso leggero. Da non confondere con il Cerasuolo di Vittoria, che in Sicilia è un rosso a tutti gli effetti.

Nel Salento il rosato è quasi una lingua madre. Da Negroamaro e Malvasia Nera si producono da generazioni vini rosa sapidi e mediterranei, e la regione rivendica un primato storico: nel 1943 la famiglia Leone de Castris, a Salice Salentino, imbottigliò il Five Roses, ricordato come il primo rosato italiano esportato negli Stati Uniti. Il nome inglese, racconta la storia aziendale, nacque dalla richiesta di un ufficiale alleato; la contrada si chiamava Cinque Rose.

Poi c’è l’Etna, la cui DOC del 1968 è stata la prima riconosciuta in Sicilia. L’Etna Rosato richiede almeno l’80% di Nerello Mascalese, uva dalla buccia sottile, poco colorante e ricca di acidità. Il risultato, sulle sabbie vulcaniche e a quote elevate, è un rosato teso e scarno, lontanissimo dalla rotondità salentina. Stesso colore sulla carta, vini che non si somigliano quasi in nulla.

Il rosa non è una via di mezzo

Ed è proprio questo il punto. Dire “rosato” significa indicare un metodo, non uno stile. Tra un Chiaretto di Bardolino pressato con delicatezza e un Cerasuolo d’Abruzzo c’è più distanza che tra molti bianchi e molti rossi. Il pregiudizio del rosso annacquato regge solo finché non si guarda dentro la cantina: lì si scopre che il rosato è il vino in cui il produttore ha meno margine di correzione, perché tutto si gioca in poche ore e non c’è legno né tempo che rimedi.

La mia opinione è che l’Italia abbia un patrimonio di rosati che non sfrutta ancora fino in fondo, troppo spesso inseguendo il pallore provenzale come se fosse l’unico rosa possibile. La Rosé Revolution del Garda ha avuto senso perché partiva da una storia locale, non da una moda. Il prossimo passo sarebbe smettere di chiedere scusa anche per i rosati più scuri: il Cerasuolo non deve diventare chiaro per essere preso sul serio. Deve solo essere bevuto senza il sopracciglio alzato.

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