Vino al supermercato: come scegliere senza tirare a indovinare
Denominazione, annata, imbottigliatore, codici, grado alcolico e medaglie: come leggere l'etichetta e lo scaffale per scegliere bene al supermercato.

Il corridoio del vino al supermercato è l’unico posto in cui persone capaci di confrontare tre mutui in un pomeriggio si arrendono e scelgono in base al colore dell’etichetta. Duecento bottiglie in fila, nessuno a cui chiedere, il carrello che blocca il passaggio. Eppure lo scaffale parla, e parla parecchio: basta sapere dove guardare. Non serve un palato da concorso, serve un’abitudine. Quella di girare la bottiglia.
Partire dalla denominazione, non dal disegno
La prima informazione utile è la categoria: DOCG, DOC, IGT (le sigle italiane che corrispondono alle europee DOP e IGP) oppure semplice “vino”. Non è una classifica di bontà, e chi lo sostiene non ha mai assaggiato un IGT ambizioso o una DOC svogliata. È però una classifica di vincoli: una denominazione d’origine porta con sé un disciplinare che fissa zona, vitigni, rese e regole di produzione. Comprare dentro un recinto noto significa ridurre il margine di sorpresa, nel bene e nel male.
Qui c’è il primo trucco, e non è un segreto: le denominazioni famose si pagano anche per il nome. Accanto ai soliti noti, sullo stesso scaffale, ci sono spesso DOC minori, zone di provincia, vitigni che non fanno notizia. È lì che il rapporto qualità-prezzo tende a stare meglio, perché il prezzo non incorpora una reputazione costruita in decenni di carte dei vini. Un rosso da una DOC che non avete mai sentito nominare non è una scommessa più rischiosa di un nome celebre al prezzo più basso possibile per quel nome; spesso è il contrario. Il nome famoso venduto a poco ha dovuto risparmiare da qualche parte.
L’annata: chi deve essere giovane, e chi no
L’anno in etichetta indica la vendemmia, e per legge (nell’Unione europea) almeno l’85% delle uve deve venire da quell’anno. Per la maggior parte dei bianchi e dei rosati da scaffale la regola pratica è semplice: più giovane è meglio. Sono vini fatti per la freschezza e il frutto, e non hanno nulla da guadagnare a passare due estati sotto i neon. Se trovate un rosato di tre vendemmie fa accanto a quello dell’ultima, non è un’occasione: è un avanzo.
Per i rossi il discorso è meno netto. Alcuni reggono e migliorano qualche anno, molti rossi quotidiani no. Ma un’annata un po’ più vecchia su un rosso strutturato non è in sé un campanello d’allarme, come lo è su un bianco leggero. Gli spumanti senza annata (la maggioranza) non vi diranno nulla: lì conta di più chi li ha fatti e come sono stati conservati.
Chi l’ha imbottigliato, e cosa nasconde un codice
Qui si gioca la partita più interessante. Ogni bottiglia deve indicare l’imbottigliatore, e le formule non sono intercambiabili. “Imbottigliato da” dice soltanto chi ha messo il vino in bottiglia, non chi lo ha fatto: il vino può essere stato comprato altrove. “Prodotto e imbottigliato da” racconta una filiera più corta. “Imbottigliato all’origine” e “integralmente prodotto” sono le formule che legano di più il vino all’azienda agricola, perché richiedono uve o vino in prevalenza (o del tutto, nel secondo caso) di produzione propria.
Poi c’è il caso in cui al posto del nome compare una sigla. Molti la chiamano ancora “codice EMB”, all’uso francese; in Italia si tratta del codice ICQRF, assegnato dall’Ispettorato repressione frodi del ministero: sigla della provincia, un numero, e la sigla dello Stato. Identifica la sede legale dell’operatore e permette di non scriverne nome e indirizzo, a patto che sull’etichetta compaia per esteso un altro soggetto della filiera, di solito il distributore. Esiste anche il codice ISTAT del comune, che invece indica dove si trova l’impianto di imbottigliamento e si usa, tra l’altro, quando il nome di quel comune coincide con una denominazione.
Nulla di illegale né di losco: l’autorità sa benissimo chi c’è dietro quella sigla. Ma il codice è un’informazione rivolta ai controllori, non a voi. Quando un vino porta per esteso nome e indirizzo di chi lo ha prodotto, qualcuno ha scelto di metterci la faccia. Quando trovate solo una sigla e il nome di una catena, sapete che state comprando un’etichetta costruita per lo scaffale. Può essere buona; non è detto che sia il posto da cui partire.
Gradi, medaglie e altri specchietti
Il titolo alcolometrico in etichetta ammette una tolleranza di mezzo grado in più o in meno per i vini fermi. Non è un indice di qualità, ma è un indizio di stile. Un bianco a 11,5% promette leggerezza; un rosso del Sud a 15% promette calore, e se cercavate qualcosa da bere in quantità con una pizza d’agosto sarà un errore di casting, non un difetto del vino. Leggerlo serve soprattutto a non chiedere alla bottiglia quello che non può dare.
Le medaglie meritano più scetticismo. In Italia le distinzioni da apporre sulle confezioni dei vini a denominazione possono essere rilasciate solo da concorsi autorizzati dal ministero, ma il mondo dei concorsi è vasto e di serietà molto variabile, e alcuni premiano una quota generosa dei vini iscritti. Un bollino dorato senza un nome riconoscibile, senza anno, senza categoria, dice soprattutto che qualcuno ha pagato un’iscrizione. Se volete fidarvi di un premio, che sia uno di cui sapete dire chi lo assegna e come. Altrimenti trattatelo come un fiocco sulla confezione.
Lo scaffale come cantina (pessima)
Infine, guardate dove vive la bottiglia. La luce è il nemico più sottovalutato: nei bianchi e negli spumanti, specie in vetro trasparente, alcune componenti del vino reagiscono alla luce visibile e ultravioletta, comprese quelle delle lampade dei negozi, e producono composti solforati con sentori di cavolo cotto o cipolla. Gli enologi lo chiamano “gusto di luce”, e gli studi indicano che può comparire in tempi brevi, da poche ore a pochi giorni di esposizione. Tradotto: il bianco in vetro chiaro in prima fila sotto il faretto è la scelta peggiore della fila. Meglio pescare da dietro, o da uno scatolone ancora chiuso, o preferire il vetro scuro.
Le bottiglie in piedi per settimane sono un problema minore per i vini con tappo a vite o sintetico, e per quelli destinati a essere bevuti presto. Per un vino con tappo di sughero che dovrebbe reggere qualche anno, mesi in verticale vicino a una fonte di calore non sono un buon inizio: il sughero si asciuga, l’aria trova la strada. Uno scaffale caldo, accanto al banco frigo che sfiata o sotto una vetrina esposta al sole, invecchia il vino più in fretta di quanto vorreste.
Il supermercato non è il luogo della scoperta romantica, ed è inutile fingere che lo sia. Ma è il posto dove la maggior parte del vino italiano viene effettivamente comprata, e trattarlo con sufficienza è uno snobismo che non aiuta nessuno. La mia regola, a costo di sembrare pedante: denominazione poco famosa, annata recente se bianco o rosato, un nome vero sul retro, nessuna fiducia nei bollini, e la bottiglia presa dal fondo. Non garantisce il colpo di fulmine. Garantisce che, se la serata va male, non sarà stata colpa della fortuna.
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