Italiano
VINOFILO

Storie, territori e tecnica del vino

Brunello di Montalcino, un mito più giovane di quanto sembri

Dalle intuizioni ottocentesche dei Biondi Santi alla prima DOCG d'Italia fino a Brunellopoli: la storia breve e intensa di un vino che sembra antico.

Brunello di Montalcino, un mito più giovane di quanto sembri

Ci sono vini che portano addosso i secoli come un mantello, e altri che il mantello se lo sono cuciti in fretta, con mestiere, e lo indossano così bene che nessuno chiede più la data della sartoria. Il Brunello di Montalcino appartiene alla seconda specie. Lo si serve con la solennità riservata alle reliquie, lo si nomina accanto a Barolo e Borgogna, eppure la sua fama mondiale ha l’età di un dirigente in pensione, non quella di una cattedrale. Non è un difetto. È anzi la parte più interessante della storia.

Un’idea di famiglia

Nell’Ottocento Montalcino era un borgo agricolo povero, noto più per il Moscadello dolce che per i rossi. A cambiare prospettiva fu Clemente Santi, proprietario della tenuta Il Greppo, che cominciò a selezionare il Sangiovese locale, chiamato qui “brunello” per il colore scuro degli acini, e a vinificarlo in purezza pensando all’invecchiamento. Il Consorzio ricorda che la sua annata 1865 ottenne una medaglia d’argento nel 1869 da un comitato agrario di Montepulciano: un riconoscimento locale, non ancora una consacrazione.

Il passo decisivo lo compì il nipote, Ferruccio Biondi Santi, al quale la tradizione attribuisce la prima bottiglia di Brunello in senso moderno con la vendemmia 1888: Sangiovese da solo, lungo affinamento in grandi botti, un vino concepito per durare decenni in un’epoca in cui la Toscana rossa era soprattutto uvaggio e consumo pronto. Per una buona metà del Novecento, però, il Brunello rimase faccenda di pochissime famiglie. Era un vino di cui si parlava con rispetto a Siena e quasi da nessun’altra parte.

Dal borgo spopolato al boom

Il paradosso è che la gloria arriva quando Montalcino si svuota. Negli anni Sessanta la fine della mezzadria e l’emigrazione verso le città lasciano poderi abbandonati e terreni a prezzi che oggi sembrano un refuso. Nel 1966 arriva la DOC, nel 1967 nasce il Consorzio, ma i numeri restano minuscoli: le fonti parlano di una decina di produttori all’inizio del decennio e di poche decine di ettari rivendicati a Brunello.

Poi il vento cambia. Negli anni Settanta i produttori diventano qualche decina, nascono nuove cantine, arrivano capitali esterni, compreso un grande investimento americano avviato alla fine del decennio che porta vigneti, cantine moderne e soprattutto una rete commerciale oltreoceano. Gli anni Ottanta e Novanta fanno il resto: la critica anglosassone si innamora, i punteggi salgono, i prezzi dei terreni seguono una curva che a Montalcino ricordano ancora con un misto di orgoglio e vertigine.

Il sigillo istituzionale arriva il 1° luglio 1980, quando il Brunello diventa il primo vino italiano a ottenere la DOCG. Un primato formale, conteso in parte con le altre denominazioni promosse nello stesso giro d’anni, ma che Montalcino rivendica e ha saputo trasformare in identità. Oggi il disciplinare impone che il vino esca non prima del 1° gennaio del quinto anno dopo la vendemmia, con almeno due anni in legno; i produttori associati superano i duecento e gli ettari iscritti a Brunello sono circa 2.100, contingentati dalla fine degli anni Novanta. Da una manciata di famiglie a oltre undici milioni di bottiglie l’anno, in meno di mezzo secolo.

Brunellopoli, la febbre del successo

Una crescita così rapida porta con sé una tentazione: dare al mercato il vino che sembra chiedere. Nella primavera del 2008, alla vigilia del Vinitaly, esplode l’inchiesta della Procura di Siena che la stampa battezza subito “Brunellopoli”. L’ipotesi è che alcune aziende, anche di primo piano, abbiano tagliato il Sangiovese con vitigni internazionali come Merlot e Cabernet, ottenendo vini più scuri, morbidi e ruffiani, graditi a una certa critica dell’epoca. Partono sequestri, si parla soprattutto dell’annata 2003; gli Stati Uniti minacciano di bloccare le importazioni senza garanzie sul Sangiovese in purezza.

L’esito giudiziario fu meno spettacolare dei titoli: diversi patteggiamenti, oltre un milione di litri declassati a semplice rosso toscano, qualche assoluzione, e le analisi di laboratorio dell’epoca non sempre in grado di dare risposte nette. Ma la vera sentenza la emisero i produttori. Nell’ottobre 2008, chiamati a votare una possibile apertura del disciplinare ad altri vitigni, la respinsero in modo quasi plebiscitario. Nel 2011 la stessa tentazione si ripresentò per il Rosso di Montalcino, e anche lì finì con la conferma del Sangiovese in purezza. Montalcino, messa davanti allo specchio, scelse di restare se stessa.

Il fratello minore che lavora per due

Si fa presto a chiamarlo “Brunello piccolo”, ma il Rosso di Montalcino, DOC a partire dalla vendemmia 1984, è stato una delle mosse più intelligenti della denominazione. Stesso vitigno, stessa zona, rese un po’ più alte, uscita sul mercato già dal settembre successivo alla vendemmia. Serve ai produttori per declassare le partite meno adatte al lungo affinamento, senza diluire il vino di punta, e serve a chi beve per capire il Sangiovese di Montalcino senza aspettare cinque anni. Nelle mani giuste è un vino più nervoso e immediato, che racconta il frutto prima della struttura. Che in tanti continuino a trattarlo come un ripiego dice più dei nostri pregiudizi che del vino.

Una collina, molti Brunelli

L’ultima cosa che il mito tende a nascondere è che “Montalcino” non è un luogo solo. Il disciplinare si limita ai confini del comune, ma dentro quei confini convivono situazioni molto diverse. Il versante nord, verso il borgo e le quote più alte, ha suoli spesso ricchi di galestro e maturazioni più lente, e tende a dare vini più tesi e profumati. I versanti sud e sud-ovest, più caldi, aperti all’influsso del mare e protetti dal massiccio dell’Amiata, danno di solito Brunelli più ampi e potenti. In mezzo, est e ovest, mille sfumature di altitudine, esposizione e terreno, dalle argille ai calcari alle sabbie.

Le generalizzazioni vanno prese con le pinze, perché annata e mano del produttore pesano quanto la geografia. Ma è proprio qui che si gioca il futuro: un vino nato come idea di famiglia e diventato marchio collettivo dovrà decidere quanto raccontare le proprie differenze interne, sul modello di altre grandi denominazioni che hanno fatto della mappa dei vigneti il loro argomento più forte.

Il Brunello non ha bisogno di fingersi antico. La sua storia vera, fatta di pochi pionieri, di un borgo rinato quasi per caso e di uno scandalo superato con un voto di coerenza, è più bella della leggenda. Il prossimo passo non è aggiungere secoli al mito, ma imparare a dire che di Montalcino ce ne sono tante, e che è questa la sua ricchezza.

❦