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VINOFILO

Storie, territori e tecnica del vino

Le annate contano davvero? Dipende dal vino, e dal clima

Per quali vini l'annata pesa e per quali poco, perché le estati calde non sono più eccezioni e cosa dicono i numeri della vendemmia 2025 in Italia.

Le annate contano davvero? Dipende dal vino, e dal clima

C’è un piccolo numero di quattro cifre su quasi ogni etichetta che genera più ansia di qualunque descrittore aromatico. Al ristorante lo si guarda con aria competente, si annuisce, e spesso non si sa bene perché. L’annata è insieme la cosa più seria e la più sopravvalutata del vino: decisiva per alcune bottiglie, quasi irrilevante per moltissime altre. Il trucco è sapere in quale delle due categorie ci si trova.

Che cosa racconta quel numero

L’annata indica l’anno in cui l’uva è stata raccolta. Non quello dell’imbottigliamento, non quello della messa in commercio. Racconta quindi una stagione: quanta pioggia è caduta e quando, se ha gelato in primavera, se agosto è stato un forno o se settembre ha regalato notti fresche. Tutto questo finisce nell’acino sotto forma di zuccheri, acidità, maturità delle bucce e dei tannini, e da lì nel bicchiere.

Ma una stagione lascia un segno forte solo se il vino è fatto per mostrarlo. Più un vino nasce da un singolo luogo, da una sola varietà, in una zona dove maturare l’uva non è scontato, più l’annata si sente. Più invece è il risultato di assemblaggi, di vigneti sparsi su grandi superfici, di climi stabili e di una cantina che punta alla costanza, meno quel numero conta.

Dove pesa, dove quasi no

Le zone in cui l’annata fa la differenza sono quelle che si trovano al margine, dove ogni anno è una scommessa. La Borgogna, con il pinot nero che non perdona né il freddo né il caldo eccessivo. Il Bordeaux, dove il dibattito sulle annate è quasi uno sport nazionale. Le Langhe, dove il nebbiolo matura tardi e un autunno piovoso o un’estate rovente cambiano il carattere di un Barolo. Poi ci sono i casi in cui l’annata, per costruzione, è quasi assente. Lo Champagne senza annata, il cosiddetto non millésimé, nasce proprio per cancellarla: si assemblano vini di più vendemmie, conservati come riserva, per ottenere ogni anno lo stile della casa. Solo nelle stagioni migliori le maison producono un millesimato. Lo stesso principio vale per il Porto, dove il Vintage viene “dichiarato” soltanto negli anni giudicati all’altezza. In entrambi i casi l’annata non è un’informazione neutra: è già un giudizio.

E poi c’è l’enorme territorio dei vini quotidiani: bianchi giovani da bere entro l’anno, rossi da grandi volumi, vini da climi caldi e regolari. Qui l’annata serve soprattutto a una cosa, capire se la bottiglia è fresca o se è rimasta troppo a lungo sullo scaffale. Per un bianco leggero, la regola pratica è che più è recente meglio è. Inseguire la “grande annata” di un vino pensato per durare dodici mesi è come chiedere il pedigree a un panino.

Il caldo non è più un’eccezione

Per secoli una buona annata, nell’Europa del vino, era soprattutto un’annata calda: l’uva maturava bene, gli zuccheri salivano, i vini erano più pieni. Le stagioni fredde e piovose erano il vero nemico. Questo equilibrio si sta rovesciando.

Lo mostra bene una serie storica eccezionale, quella delle date di vendemmia a Beaune, in Borgogna, ricostruite dal 1354 al 2018 da un gruppo guidato dallo storico Thomas Labbé e pubblicate nel 2019 sulla rivista Climate of the Past. Fino al 1988 la raccolta cominciava in media verso la fine di settembre; dal 1988 in poi è arrivata circa tredici giorni prima. Gli autori lo dicono in modo netto: gli anni caldi e secchi, un tempo eccezioni, sono diventati la regola.

Le conseguenze sul concetto di annata sono sottili. Se le estati calde diventano normali, la differenza tra un anno e l’altro non sparisce, ma cambia natura. Il problema non è più far maturare l’uva, ma evitare che maturi troppo in fretta: zuccheri alti e quindi più alcol, acidità che cala, profumi che scivolano verso la frutta cotta. Le annate “fresche”, un tempo considerate minori, oggi vengono spesso guardate con più interesse da chi cerca vini tesi e longevi. E pesano sempre di più gli eventi estremi: grandinate, gelate tardive dopo germogliamenti anticipati, siccità prolungate, piogge concentrate in pochi giorni. L’annata smette di essere una curva dolce e diventa un elenco di imprevisti.

E c’è un effetto più nascosto: la gestione del vigneto e la scelta della data di raccolta servono oggi proprio a smussare l’annata, il che rende il numero in etichetta un indizio meno affidabile di un tempo.

Il bilancio della vendemmia 2025

Il 2025 è un buon esempio di quanto l’annata vada letta con cautela, e con i numeri giusti accanto. Il 10 settembre 2025 Assoenologi, ISMEA e Unione Italiana Vini hanno presentato le stime della vendemmia italiana: circa 47,4 milioni di ettolitri, l’8% in più rispetto al 2024, con un quadro qualitativo descritto da buono a ottimo e la promessa di vini freschi e longevi al Nord e rossi strutturati al Sud. Secondo le stesse stime, la crescita era trainata dal Mezzogiorno, con la Puglia a +17%, mentre la Toscana segnava un calo intorno al 13% dopo un 2024 abbondante. Il Veneto restava la prima regione per volume, con circa un quarto della produzione nazionale.

Anche la stagione raccontata nelle stime è molto contemporanea: riserve idriche abbondanti dopo l’inverno, una primavera favorevole, ma ondate di calore a giugno e a fine agosto che hanno messo alla prova soprattutto il Sud, salvato in parte dall’acqua accumulata nei mesi precedenti.

Il confronto internazionale va maneggiato con attenzione, perché le cifre cambiano a seconda di chi le fa e di quando. A settembre le stime presentate in Italia indicavano la Francia a 37,4 milioni di ettolitri e la Spagna a 36,8. Le prime stime dell’OIV, l’Organizzazione internazionale della vigna e del vino, diffuse il 12 novembre 2025, indicavano invece l’Italia a 47,3 milioni, la Francia a 35,9 e la Spagna a 29,4: un ridimensionamento netto per la Spagna rispetto ai numeri di settembre. Su un punto le fonti concordano: l’Italia si confermava primo produttore mondiale, in un’annata in cui la produzione globale veniva stimata dall’OIV intorno ai 232 milioni di ettolitri, il 3% in più del 2024 ma ancora circa il 7% sotto la media degli ultimi cinque anni.

Una nota prudente: i giudizi qualitativi diffusi a settembre sono previsioni fatte a vendemmia in corso, e riguardano le uve, non i vini. Quanto il 2025 sarà davvero un’annata da ricordare lo diranno le bottiglie, e per i rossi da lungo affinamento ci vorranno anni. Va anche detto che più vino non è automaticamente una buona notizia: le stesse organizzazioni di settore hanno sottolineato che volumi alti, in un mercato con consumi in calo, rendono più difficile pagare il giusto lungo la filiera.

Allora, contano o no?

Contano, ma meno di quanto dica il mito e più di quanto ammetta chi le liquida come snobismo. Per un Barolo, un Borgogna, un Bordeaux o uno Champagne millesimato, l’annata è un’informazione vera, che dice qualcosa su come il vino si comporterà nel tempo. Per il bianco della settimana, è soprattutto una data di scadenza morbida.

La verità più interessante, però, è un’altra. In un clima che scalda, l’annata sta diventando meno una pagella e più un diario: non più “buona” o “cattiva”, ma calda, fresca, tormentata, precoce. Smettere di cercare la grande annata e cominciare a chiedersi che tipo di annata sia è forse il modo più adulto di leggere quel piccolo numero in etichetta.

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